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lunedì 14 ottobre 2013

  ALZATE DI MOMO, 5 SETTEMBRE:A.L.F. LIBERA 407 PORCELLINI D'INDIA DESTINATI ALLA VIVISEZIONE

 COMUNICATO DI RIVENDICAZIONE:  Con questo comunicato rivendichiamo la liberazione di 407 porcellini d`India dall`allevamento `Bettinardi` situato in Via Cascinini ad Alzate di Momo, in provincia di Novara, avvenuta la notte del 5 Settembre 2013. Da oltre 10 anni l`allevamento di cavie e conigli di proprieta` di Giuseppe Bettinardi rifornisce l`industria della vivisezione nel piu` totale anonimato. Non stupisce che immediatamente dopo l`azione i media abbiano tentato di nascondere la verita` riguardo a questa struttura, descritta come `allevamento di animali da compagnia`. Sfortunatamente per Bettinardi, siamo in possesso di tutte le informazioni necessarie per rendere finalmente noti i suoi legami con l`industria della sperimentazione animale. Bettinardi alleva conigli ( prevalentemente `New Zealand white`) e cavie di razza `Dunkin Hartley`, questo tipo di animale viene utilizzato esclusivamente a fini di ricerca. Abbiamo reperito informazioni su innumerevoli crudeli esperimenti di `ricerca di base` in diverse universita` italiane e sappiamo con sicurezza che questo allevamento rifornisce con continuita` le universita` di Milano e Pavia. Siamo a conoscenza di esperimenti nei quali cavie allevate da Bettinardi sono state uccise esclusivamente per prelevare porzioni di muscolo dal loro stomaco, per poterle in seguito stimolare elettricamente nel tentativo di stabilire se il farmaco `Levosulpiride` abbia o meno effetto procinetico (ossia se sia in grado di stimolare la funzione motoria intestinale). Durante due altri esperimenti ad un totale di 40 conigli provenienti da questo allevamento e` stata aperta la gabbia toracica, una canula e` stata inserita all`interno mentre gli animali erano vivi e coscienti ed una speciale soluzione e` stata iniettata nei loro polmoni. Gli animali sono stati infine uccisi, di modo da poter raccogliere campioni di liquido dai polmoni durante una ricerca sul funzionamento di questo organo. In altri due esperimenti di appena alcuni mesi fa 38 e 22 conigli, sempre allevati in questo luogo, venivano uccisi per dissanguamento (il che significa che e` stata loro tagliata la gola e sono stati fatti sanguinare sino alla morte) solo per poter rimuovere la loro gabbia toracica ed i loro polmoni come parte di una ricerca sulla lubrificazione dell`apparato respiratorio. Questi sono solo alcuni esempi degli esperimenti che questo allevamento ha reso possibili rifornendo gli animali ai laboratori durante gli anni. Sebbene una parte del movimento, e la maggior parte delle persone, spesso concentri la propria attenzione su altri animali usati nella ricerca (come cani o scimmie) le specie piu` piccole rimangono le maggiormente usate nella vivisezione. In Italia vengono usati in media 13.870 porcellini d’India ogni anno nei laboratori, contro i circa 950 cani. La reazione quando si parla di cani e` maggiore in quanto le persone riescono piu` facilmente a connettere con questi animali o semplicemente perche` li percepiscono piu` familiari. Ma gli individui che soffrono e muoiono nelle strutture di ricerca sono molti di piu` e la nostra lotta ambisce alla liberazione di ognuno di loro. La vivisezione, in un sistema capitalista globalizzato, rappresenta uno dei settori dello sfruttamento animale piu` redditizi per una delle industrie piu` potenti al mondo, quella chimico farmaceutica. La fede cieca nel progresso scientifico e tecnologico, propugnata da ricercatori e multinazionali, e` l’ espressione ultima della mentalita` capitalista e antropocentrica. Quest’ideologia che ci presentano come il cammino inarrestabile dell’essere umano verso un presunto miglioramento delle nostre condizioni di vita, e` usata come giustificazione per il dominio sulla natura, la tortura e l`uccisione di un numero infinito di animali non umani, come pure di esseri umani usati come cavie nei paesi economicamente poveri, nelle carceri o negli ospedali psichiatrici. L’allevamento e` composto da due grossi capannoni attaccati in fila l’uno dietro all’altro, che formano una struttura divisa in varie sezioni, alcune usate per i conigli ed una per i porcellini d’India. Tutti i conigli rinchiusi in questo allevamento sono tenuti in gabbie strette e completamente spoglie, dove non hanno possibilita` di alzarsi, girarsi o fare qualsiasi altro movimento. La maggior parte dei porcellini d’India sono tenuti in box di legno in gruppi piuttosto numerosi, mentre un numero minore di animali sono rinchiusi in piccole gabbie di plastica, in gruppi da 3 a 5. In nessuno degli spazi dove gli animali vivono sono presenti tane o luoghi dove poter trovare rifugio, anche se per loro si tratta di un bisogno primario ed il dover restare sempre esposti sia una grossa fonte di stress. L’abitazione dei propietari, una grande casa di campagna, e’ situata a pochi metri dai capannoni. Intorno case e campi tra cui camminiamo al buio, per raggiungerli. L’erba ci accarezza le gambe mentre in fila indiana apriamo sentieri non scritti. Non e` contemplata via di fuga per gli animali, ma questa notte creeremo un nuovo varco: le finestre diverranno porte, i campi vie per la liberta`. Daremo aria fresca ai nostri sogni ed agli animali che ancora non sanno cosa sia. Quanti saranno? ce la faremo a portarne via cosi` tanti? Avranno paura? Anche noi abbiamo paura, non siamo eroi da sangue e cuore freddo. Incertezze ed errori sono presenti, ma la rabbia e` troppo grande, l’odio e` troppo forte. Nulla ci puo` togliere la voglia di agire affinche` ad avere paura siano i nostri nemici. Avvicinandoci all’allevamento cade una stella cadente, per ora un unico desiderio: tornare a casa sani e salvi con tanti musetti intorno a noi. Il palo si posiziona per controllare I movimenti all’interno della casa e durante l’azione ci muoviamo facendo meno rumore possibile, mentre all’interno della abitazione qualcuno accende e spegne la luce, guardando uno schermo, ignaro di cio` che sta accadendo a pochi metri di distanza. A coprire un poco il suono dei nostri movimenti ed i fischi dei porcellini d’India c’e` una ventola di aerazione dell’allevamento e di tanto in tanto l’abbaiare del cane del proprietario o di quello dei vicini di casa, o ancora, il passaggio di un treno in lontananza. Rimuoviamo la zanzariera che ricopre una finestra aperta sul retro del capannone, sulla parte opposta alla casa, che avevamo individuato durante la preparazione dell’azione. La finestra si trova a piu` di 2 metri di altezza, quindi mettiamo delle scale contro il muro, una all`esterno ed una all`interno della stanza in cui sono imprigionati centinaia di porcellini d`India. Entriamo, ci ambientiamo velocemente e cominciamo subito a riempire i contenitori che useremo per trasportare gli animali. Prima della notte dell’azione il nostro gruppo ha discusso a lungo sull’opzione di liberare anche dei conigli, ma per motivi pratici abbiamo dovuto prendere una decisione estremamente difficile. In effetti, a causa della dimensione molto stretta della finestra da cui abbiamo portato via gli animali, e delle condizioni assai delicate in cui si e` svolta l’azione, abbiamo optato per portare via il maggior numero possibile di individui e per ovvi motivi di tempo, spazio e peso, questo ha significato concentrarci sui porcellini d’India, riuscendo alla fine a svuotare quasi tutto il capannone. Ci dispiace tantissimo non aver potuto liberare tutti gli animali. Quelli che abbiamo preso con noi vivono ora in luoghi accoglienti con le necessarie cure e con tutto il tempo per dimenticare l’allevamento e non conoscere mai le fredde mani dei vivisettori. Prima di andarcene lasciamo un messaggio a Bettinardi con una scritta sul muro interno del capannone quasi vuoto “Il loro incubo e` finito, il tuo e` appena cominciato” firmato ALF con una A cerchiata. Ed ora andiamo via di qui prima dell`alba! Scappiamo, ma lentamente…sono pesanti 407 porcellini d’India! Una volta al sicuro ci guardiamo, siamo quasi piu` di mille occhi e non abbiamo piu’ dubbi: l`ALF ha vinto ancora. Questa liberazione, come ogni altra azione diretta, apre squarci di liberta` che non sono recuperabili dal sistema, andando direttamente all’obbiettivo. L’azione diretta e` uno strumento efficace, ma non solo, la rivendichiamo politicamente in quanto contiene in se` la nostra critica allo sfruttamento e la nostra voglia di contrattaccare. Sabotaggi, attacchi e liberazioni si pongono al di fuori della triste logica dell’attivismo ‘politicante’ e legalitarista, ci mostrano le potenzialita` sovversive dei nostri sogni, e di cosa possiamo fare se ci mettiamo in gioco in prima persona. Forza e solidarieta’ a chi nella lotta per la liberazione animale e della terra ha dovuto fare i conti con la repressione dello stato ed ha continuato a resistere. Questa liberazione e` dedicata a voi ed a chi, con la complicita` della luna nera, cospira e si muove furtivamente per distruggere con rabbia la tranquillita` degli sfruttatori ed aprire con amore le gabbie.
 ANIMAL LIBERATION FRONT 

mercoledì 20 marzo 2013

COMUNICATO DEGLI ATTIVISTI NO MUOS SULLE PERQUISIZIONI EFFETTUATE IL 14 MARZO ATTRAVERSO L'UTILIZZO DELL'ART. "41 TULPS" (RICERCA DI ARMI ED ESPLOSIVI) 

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA REPRESSIVA...
Ancora una volta le consuete pratiche dell’abuso e della repressione poliziesca non si fanno attendere. Le ripetute provocazioni dei giorni scorsi; i fogli di via, i vili atteggiamenti assunti dai servi contro le attiviste del comitato delle mamme NO MUOS, le ridicole minacce di fermo nei confronti di un paio di giovani attivisti e l’ancora più grottesche azioni di disturbo nei confronti del presidio permanente, privato di corrente elettrica e linea telefonica diverse volte durante la notte, mostrano la chiara ratio intimidatoria della strategia attuata dalla polizia in vista del grande corteo del 30 marzo. Stamane l’ennesima goccia è stata versata in un vaso già da tempo traboccante. Alle 5.00 del mattino di giovedì 14 Marzo, 2 auto e 4 attivisti NO MUOS vengono bloccati e perquisiti, mentre dal presidio in c/da Ulmo si dirigevano verso casa. Alle 12.30, invece, le perquisizioni colpiscono le abitazioni di 14 attivisti NO MUOS già da tempo stretti nella morsa repressiva per il solo fatto di presenziare al presidio continuando a far rispettare una volontà popolare. La volontà di combattere compatti e decisi contro uno strumento di guerra e di morte che avvilisce questa terra e la popolazione che la abita. Fortunatamente la repressione subita dal comitato delle Mamme e dai compagni sembra costituire linfa vitale per questo movimento. La determinazione nella pratica anti-autoritaria costituisce il collante tra le diverse anime della realtà NO MUOS. Gli attivisti e le mamme fanno sapere che nonostante il terrorismo attuato dai servi nei confronti della popolazione di Niscemi, i blocchi e l’azione diretta continueranno a costituire la quotidianità di questa lotta. Mentre illegalmente la polizia permette agli operai impegnati nella mega opera di entrare alla base al caro prezzo della totale perdita di credibilità agli occhi di tutta la popolazione, Niscemi continua a resistere con ogni mezzo necessario. Da mesi si è rivelato necessario anche il ricorso all’azione diretta, praticata trasversalmente da tutte le fasce della popolazione. La volontà di agire cresce esponenzialmente dentro le fila del movimento, e l’azione diviene sempre più centrale nell’esperienza di una popolazione che sembra svegliarsi dal torpore democratico, dall’illusione di partecipazione ed autodeterminazione. È questo il momento in cui bisogna essere più uniti e presenti che mai. Uniti nell’azione non violenta ma distruttiva, così come distruttiva continua ad essere la presenza di questa base su questa terra.
 ATTIVISTI NO MUOS 

domenica 6 gennaio 2013

VENERDÌ 18 GENNAIO, DALLE 20:30, AL KINESIS (VIA CARDUCCI N. 3, TRADATE - VARESE) PROIEZIONE GRATUITA DEL DOCUMENTARIO "NEI SECOLI FEDELE"* ("IL CASO DI GIUSEPPE UVA"). DOPO LA PROIEZIONE INTERVERRA' LUCIA UVA, SORELLA DI GIUSEPPE

La notte del 14 Giugno 2008 Giuseppe Uva viene fermato dai carabinieri Dal Bosco e Righetto di Varese e portato nella caserma di Via Saffi, insieme al suo amico Alberto (sono presenti anche degli agenti di polizia). Ed è proprio Alberto a richiedere i primi soccorsi al 118, quando sente il suo amico gridare "Ahi! Ahi! Basta!", ma l’operatore all’altro capo del telefono, dopo averlo rassicurato "Va bene, adesso mando l’ambulanza", chiama in caserma e si accorda coi carabinieri per non inviare alcun aiuto:"Sono due ubriachi, ora gli togliamo il cellulare". Saranno poi gli stessi carabinieri, poche ore dopo, a chiamare una guardia medica, che richiederà all’Ospedale di Circolo di Varese di effettuare un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Il corpo di Giuseppe è pieno di lividi, il suo naso è rotto, i suoi testicoli sono blu, la sua pelle è segnata da alcune bruciature di sigaretta, dal suo ano esce del sangue che forma una grossa macchia sui pantaloni, ma non viene curato per le lesioni e niente di tutto ciò viene trascritto sui documenti del ricovero. Gli vengono però somministrati dei tranquillanti. Egli inoltre racconta alla psichiatra di essere stato brutalmente pestato in caserma: ma da parte dell’ospedale non parte nessuna denuncia. La stessa psichiatra aspetterà ben tre anni e mezzo per raccontare queste tragiche parole di Giuseppe, probabilmente le sue ultime. Tutti fingono di non vedere, di non sapere. Tutti fingono che tutto ciò sia normale. Anche quando Beppe, dopo poche ore, muore. E infatti, nonostante il suo corpo presenti evidenti segni di violenza la magistratura sceglie di indagare solo un paio di medici, attribuendo la morte di Uva ad una errata somministrazione di farmaci, e non a quanto avvenuto in precedenza in caserma. Ma le perizie smentiscono questa ipotesi:Giuseppe non è morto a causa dei farmaci, che in nessun caso potevano ucciderlo; le cause della sua morte sono invece da ricercarsi in un mix di fattori, fra cui le misure di contenzione ed i traumi da corpi contundenti che ha subito. Nonostante questo, ad oggi nessun carabiniere o poliziotto è indagato per quanto accaduto e l’unico testimone presente quella notte non è mai stato sentito dal giudice. La verità su quanto accaduto, è ormai sotto gli occhi di tutti. Carabinieri, Polizia di Stato, Magistratura, 118, Pronto Soccorso, Reparto di psichiatria:la sintonia con cui hanno agito o lasciato agire è il risultato di comportamenti ed abitudini a lungo tramandate. Le responsabilità per la morte di Giuseppe non possono essere ricondotte al singolo gesto, al singolo uomo, al singolo momento. Esse piuttosto perdurano nel riprodursi continuo di gesti di dominio e sottomissione. La violenza, di tutti gli sbirri di tutto il mondo, è resa possibile solo dal collaborazionismo, dall'indifferenza, e dal silenzio di tutti quegli altri che nella loro complicità si fanno un po' sbirri anch'essi. Ma aldilà di ogni democratico tribunale (o divino, o politico) cui non chiediamo giustizia, crediamo che l'assassinio di Giuseppe ci riguardi tutti. Così come la storia antica e comune della violenza di coloro che si sono resi forti grazie alla collaborazione di alcuni fra i presunti deboli. Così come la comune necessità di riscossa contro gli oppressori e i loro sgherri. Adesso.

*NEI SECOLI FEDELE ricostruisce le ultime ore di vita di Giuseppe, la battaglia per la verità portata avanti dalla sorella Lucia e la conseguente vicenda giudiziaria. Inoltre, attraverso le voci dei suoi amici e parenti, restituisce la figura di Beppe al suo ambiente, ai suoi luoghi, alle sue abitudini, alla sua dignità continuamente negata dalle istituzioni dopo la sua morte.

mercoledì 3 ottobre 2012

EX-CASERMA OCCUPATA 
(VIA ADRIANA N.16, LIVORNO)


Questa occupazione, realizzata da precarie e precari, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori sfruttati da questo sistema, nasce come risposta dal basso alla crisi finanziaria e all'abbandono in materia di spazi sociali ed abitativi, creato in questi ultimi anni a Livorno da una classe politica interessata solo al profitto e distante dall'idea di gestione collettiva dei beni comuni. Le nostre vite, il nostro divertimento e il nostro modo di socializzare come gli spazi sociali liberamente vivibili e quelli abitativi, non meritano di essere subordinati alle logiche del mercato, del consumo e del profitto. Questa assemblea promuove pratiche di riappropriazione diretta di spazi abbandonati. La nostra azione ha un significato preciso:vincere i meccanismi sociali ed istituzionali di esclusione attraverso la promozione di forme e pratiche di riappropriazione diretta di tutto ciò che ci viene negato. Se le inefficienze dei mercati e delle politiche istituzionali ci privano di reddito, abitazioni e spazi di socializzazione, noi rispondiamo riprendendoci ciò che è nostro. Liberando gli spazi chiusi e le case negate. Le nostre proposte rispondono a queste esigenze, spaziando tra diverse tematiche:socio-culturali, abitative e non solo. Il nostro spazio liberato è messo a disposizione della cittadinanza secondo meccanismi di autogestione e condivisione, come spazio capace di soddisfare i bisogni più diretti di chi ne vorrà usufruire.

giovedì 1 marzo 2012

Di seguito il volantino distribuito a Benevento in merito ai recenti fatti della Val Susa

OVUNQUE NO TAV!

Dopo il partecipatissimo corteo di sabato 25 febbraio, che ha visto sfilare da Bussoleno a Susa più di 75 mila persone, riprende la guerra dello Stato italiano contro i valsusini e tutto il popolo No Tav. Delusi dal non aver potuto manganellare le migliaia di persone presenti sabato in piazza, non si sono accontentati delle “cariche di alleggerimento” effettuate nella stazione di Torino Porta Nuova ai danni dei compagni che, di ritorno dal corteo, stavano prendendo il treno per Milano. Alle 8 di Lunedì 27 Febbraio infatti, la polizia in assetto anti-sommossa è uscita dalle recinzioni del cantiere per la costruzione del tunnel geognostico ed ha circondato la Baita Clarea, dove c’è il presidio permanente dei No Tav, intimando ai pochi presenti in quel momento di andarsene. Un’assemblea popolare tenutasi la sera prima aveva riconfermato la volontà di resistere in ogni caso allo sgombero del presidio e all’esproprio dei terreni che circondano il perimetro dell’attuale cantiere (che però, previsti per lunedì sera/martedì, sono stati evidentemente anticipati). Le truppe di occupazione dello Stato hanno a questo punto proceduto di forza. Un compagno, Luca, si è arrampicato su un traliccio e costretto a spingersi verso la cima dai poliziotti che volevano tirarlo giù, dopo essere stato folgorato da una scarica elettrica, è precipitato a terra dall’altezza di 10 metri. La polizia non ha permesso agli altri compagni presenti sul posto di avvicinarsi e solo dopo 45 minuti dall’accaduto Luca è stato elitrasportato al CTO di Torino (è in coma farmacologico). Tutto ciò accade dopo le dichiarazioni a raffica della scorsa settimana, strombazzate dalla stampa asservita al potere, di Piero Fassino, sindaco di Torino, che metteva in guardia dalla radicalizzazione di “certi movimenti” soprattutto in periodo di crisi; di Massimo D’Alema, che come capo del Copasir (Comitato parlamentare di sicurezza della Repubblica) approfitta dell’audizione da Monti per snocciolare allusioni in merito a presunte “minacce alla sicurezza nazionale”; del piagnucolone magistrato Caselli, che abituato al trionfo del silenzio che fino a qualche tempo fa ha caratterizzato il paese, si lamenta, dopo aver fatto arrestare 26 compagni per le battaglie dello scorso luglio in val susa, di non poter parlare in pubblico senza essere duramente contestato, e accusa i suoi contestatori di essere mafiosi chi semplicemente perché gli ricordano il lavoro che svolge: il “boia”; e del capo della polizia Antonio Manganelli, che come suo solito, alla vigilia di importanti appuntamenti di piazza, tende ad intimorire la gente, con una criminalizzazione preventiva, sproloquiando soprattutto sugli anarchici (è un affezionato!) e accusandoli di star preparando omicidi. Come dimostrano i fatti, chi, non solo vuole il morto, ma manda anche i suoi solerti servi per portarselo a casa, sono Manganelli e chi gli paga lo stipendio. Lo Stato continua ad attaccare, intimorito da chi, in tempi di crisi, rappresenta un esempio nella lotta, e una prospettiva di un futuro presente che si realizza nella lotta stessa; di chi si mette in mezzo sulla strada del Dominio, scegliendo da se i luoghi e i tempi; di chi non delega a nessuno, soprattutto a chi gioca anche oggi il walzer delle poltrone sulla pelle di tutti; di chi pratica autonomia, partecipazione, libertà. In Val Susa, non si tratta di una “semplice” battaglia contro la devastazione di una valle, ma della costruzione di uno spazio altro di vita che attacca chi lucra sulle vite di noi tutti. Lo Stato e la sua repressione ci assalgono senza sosta. La Resistenza e la Gioia non avranno confini. Solidarietà per la Valle che resiste. Libertà per gli arrestati del 26 gennaio che ancora marciscono in galera.

Gruppo Anarchico “Senza Patria” – Benevento